Era il 2006 e rivedo il suo sguardo ironico e arguto salutarmi con una battuta umoristica e pungente, mentre con Luciana si avviava verso il treno che lo avrebbe riportato a Roma. Per lui quei giorni torinesi furono un percorso a ritroso, un ritorno alla città einaudiana e alle memorie gloriose di un protagonista della letteratura italiana degli anni Sessanta e Settanta, tanto dimenticato quanto indimenticabile.
Oggi purtroppo mi trovo a doverlo commemorare, ricordando al mondo letterario (ad eccezione di alcuni lungimiranti che lo hanno sempre apprezzato) che Carlo Villa, allora giovanissimo poeta, aveva inaugurato la collana bianca Einaudi con la sua raccolta “Siamo esseri antichi “e che negli anni successivi erano poi usciti tutta una serie di suoi romanzi di letteratura alta, selezionati da Calvino, Sinisgalli, Gadda e altri blasonati scrittori.
Non ha mai smesso di scrivere, dedicandosi al suo destino di penna, in modo forsennato e pagando, fino all’ultimo respiro, il prezzo di una critica diventata sempre più assente - poi inesistente - e di un mercato editoriale che equipara i libri a prodotti di mero consumo, condannandoli a un destino pornografico.
Un’intera vita dedicata alla scrittura. Un’intera lunga vita a comporre ed annotare. Dal dimenticatoio romano, dove il mondo letterario lo aveva posto, scriveva instancabilmente e cocciutamente.
Seppure come Rousseau, deluso e risentito dalla dimenticanza dei suoi contemporanei, negli ultimi vent’anni ancora pubblicando per i tipi della SEF editrice, un diario testamento toccante e struggente a riflettere la sconfortante attualità.
Caro Carlo, forse ora chissà che qualcuno torni a riscoprire le tue limpide e valorose impronte.
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